BREVE BIOGRAFIA DI MONS. CAMILLO CIBOTTI

S.E. Mons. Camillo Cibotti è nato a Casalbordino (CH) il 28 ottobre 1954. Dopo aver compiuto gli studi filosofico-teologici nel Seminario Regionale di Chieti, ha continuato la formazione a Roma presso la Pontificia Accademia Alfonsiana, dove ha conseguito la licenza in Teologia Morale. E’ stato ordinato sacerdote il 1° luglio 1978 ed incardinato nell’Arcidiocesi di Chieti-Vasto. I suoi incarichi pastorali più significativi sono stati i seguenti: parroco a Liscia (1978 -1985), padre spirituale al Seminario Regionale (1985 -1988), parroco a Ripa Teatina (1988 – 1994), parroco della SS.Trinità dei Pellegrini di Chieti e Rettore della Chiesa di S. Domenico in Chieti (1994 – 2005), assistente diocesano della FUCI (1995 - 2000), vicario generale dell’Arcidiocesi di Chieti-Vasto (2005 – 2014). E’ stato, inoltre, professore di Teologia Morale all’Istituto Teologico Abruzzese-Molisano, Vicario Episcopale per i laici e Assistente della Consulta Diocesana per i laici. Dal 5 dicembre 2005 è Cappellano di Sua Santità.






STORIA DELLA DIOCESI

Le origini

La Diocesi di Isernia-Venafro nata il 30 settembre 1986 (Decreto della Congregazione di Vescovi) dall'accorpamento delle due antiche sedi vescovili di Isernia e di Venafro. Quanto alla origine storica delle due sedi, per Isernia deve precisarsi che, nonostante la tradizione ecclesiastica locale additi nel vescovo san Poltino, un discepolo di San Pietro Apostolo, il primo evangelizzatore di Isernia, e ponga i nomi di san Vindonio e san Benedetto quali iniziatori della successione episcopale, bisognerebbe attendere il 465 d.C. per avere la prima attestazione storica dell'esistenza della sede vescovile. In questo anno, infatti, il vescovo Eutodio avrebbe apposto la sua firma agli atti del sinodo tenuto in Roma da papa Ilaro (461-468). Ma non si certi se l'aggettivo seniensis episcopus che segue al nome valga a identificare sicuramente l'appartenenza alla sede isernina di questo vescovo. Cos anche per i vescovi Mario e Innocenzo, firmatari degli atti dei sinodi romani indetti da papa Simmaco (498- 514), parimenti figuranti nella cronotassi episcopale locale, la quale, dopo un alternarsi di consistenti periodi di sede vacante, di tanto in tanto interrotta dal nome di qualche presule, a motivo delle incursioni barbariche, dei terremoti e calamità varie dei tempi, mostra una successione ininterrotta di presuli soltanto dal secolo IX in poi. Per la sede di Venafro invece sicuramente documentato il vescovo Costantino il quale si sottoscrive venafranus episcopus al sinodo simmachiano del 499 (Cf. Variae, Cassiodoris senatoris, in: Monumenta Germaniae Historica, , XII, Berolini 1894, 400.408), e gi nel 465 destinatario di una lettera di papa Gelasio I (492-496) che lo incaricava, assieme ad altri due presuli, tali Siracusio e Laurenzio, di vagliare e dirimere una controversia sorta tra lebreo Giuda ed il suo schiavo, quest'ultimo cristiano e rifugiato a Venafro, il quale accusava il suo padrone di averlo sottoposto a circoncisione (Cf. Ad opera Gelasii papae appendices, in: Patrologia Latina 54, 146). Purtroppo anche per Venafro registrato un vuoto di circa sei secoli nella cronotassi episcopale che riprender in maniera ininterrotta solo nel sec. XI. (Cf. voce Isernia-Venafro, in: Le diocesi d'Italia, a cura di L. Mezzadri, M. Tagliaferri, E. Guerriero, II, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo, 2008, 577-583). Nel corso dei secoli le due diocesi hanno avuto tratti di cammino ecclesiale in comune: cos nei secoli XI-XIII, quando per decreto di Innocenzo III divengono indipendenti (1207); cos dal 1852 al 1986, dopo la soppressione della sede venafrana per il concordato tra il Regno di Napoli e la Santa Sede nel 1818 e la sua reintegrazione ed unione aeque principaliter con Isernia nel 1852 con il vescovo Gennaro Saladino (1837-1861).


Il dopoguerra

Nel 1948 giungeva a Isernia e a Venafro, dal vicariato apostolico di Derna (Cirenaica), il nuovo vescovo mons. Giovanni Lucato SDB. A lui toccò il compito della ricostruzione morale e materiale della diocesi dopo le vicende belliche del secondo conflitto mondiale. Gravemente compromessi, tra i tanti edifici religiosi, la cattedrale di Isernia ed il Seminario di Venafro, cuore pulsante della vita interdiocesana anche per le molteplici attività di apostolato ad esso collegate. Nel contesto di una improrogabile ripresa, il vescovo pensò ad un incremento del clero diocesano con l'incardinazione in esso di una diecina di sacerdoti provenienti prevalentemente dal nord Italia (dal Veneto, sua regione originaria, come dalla Liguria e dalla Lombardia), i quali si inserirono pienamente nel tessuto socio-culturale della diocesi spendendo le migliori energie per l'apostolato, come anche pensò all'educazione della gioventù portando nel Convitto diocesano di Isernia i Padri Salesiani, che per circa dodici anni si dedicarono con zelo a rendere vivo il carisma di don Bosco, lasciando ancora oggi un positivo ricordo della loro opera nella popolazione locale.


I Santi

Nel proprio liturgico diocesano, in latino ed italiano, approvato e confermato dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti il 30 agosto 2004 (Cf. Aeserniensis-Venafrensis, prot. N. 1331/98/L), trovano posto anzitutto i Ss. Martiri Nicandro, Marciano e Daria, martiri della persecuzione dioclezianea del 303/304 d.C., secondo l'antica ininterrotta tradizione locale ed il precedente Martyrologium Romanum decapitati a Venafro il 17 giugno, quali patroni principali delle due città di Isernia e di Venafro (che ne conserva i resti mortali), nonché dell'intera diocesi. Assieme ad essi la B.V.M. Addolorata di Castelpetroso, patrona della regione Molise (15 settembre); S. Pietro Celestino V, papa, e da sempre ritenuto aeserniensis civis (19 maggio) come costantemente riportato anche nella cronotassi ufficiale pontificia fino all'Annuario Pontificio del 1996, quando intervenuta una modifica, non meglio comprensibile dal punto di vista della metodologia storiografica, circa la sua patria natale - quale patrono secondario della diocesi di Isernia-Venafro, nonché della Regione Molise, I Ss. Cosma e Damiano (26 settembre) e Santa Barbara (4 dicembre) patroni secondari di Isernia; i Santi Vescovi di Isernia-Venafro (Poltino, Vindonio, Benedetto, dell'epoca delle origini secondo la tradizione di Isernia, il servo di Dio Agnello Renzullo, vescovo di Isernia e Venafro 1880-1890) la cui celebrazione stata fissata al 5 novembre; con i santi patroni d'Italia e d'Europa nei rispettivi giorni delle loro celebrazioni liturgiche. Memorie mariane locali sono quelle della B.V.M. Via Lucis (10 maggio) nella cattedrale di Isernia; B.V.M. del Bagno (ultimo sabato di maggio) nel santuario mariano diocesano a lei dedicato in Pesche (Is); con la solennità della B.V.M. Assunta in Cielo, titolare della concattedrale di Venafro. La solennità di S. Pietro Apostolo (29 giugno), titolare della cattedrale di Isernia, chiude l'anno pastorale della diocesi di Isernia-Venafro.




DENTRO LA STORIA

ISERNIA

Isernia è una delle città più antiche del Molise, anzi, verrebbe da dire una delle più antiche d'Italia e del mondo. Non distante da Isernia, in località La Pineta, infatti, dimorava l'Homo Aeserniensis, nostro antico progenitore della specie Homo Erectus vissuto almeno 700.000 anni fa. Dalla preistoria alla storia: il territorio di Isernia è stato segnato dalla civiltà dei Sanniti pentri, grande e fiero popolo che a lungo e con tenacia si oppose alla conquista romana, cedendo soltanto quando le guerre sociali prosciugarono le ultime energie degli avversari dell'egemonia romana in tutta la penisola: e nonostante questo i sanniti pentri furono gli ultimi a cedere le armi, ottenendo comunque il massimo che Roma era disposta a concedere: la cittadinanza. Isernia che era stata la capitale degli insorti italici divenne così colonia romana. Nacque così la regione romana del Samnium della cui identità sociale e culturale ci sono state tramandate illustri testimonianze archeologiche: Altilia, Sepino, Bojano, Pietrabbondante, Venafro, Trivento e non ultima la stessa Isernia. Alla caduta dell'impero romano, Isernia subì lo stesso destino di tante altre città: venne distrutta dai barbari nel 456. Nel periodo longobardo la città riprese vigore. Nei due secoli di dominazione longobarda, sotto il ducato di Benevento, Isernia divenne un centro di sempre maggiore importanza e prestigio, anche per il contributo portato dai monaci benedettini, ai quali i longobardi avevano concesso terre e privilegi in virtù della loro importante opera religiosa e civilizzatrice. Viene eretta in questo periodo la grande abbazia di San Vincenzo, vitalissimo centro culturale che crebbe, fino ad avere otto chiese decorate di affreschi e mosaici, nella quiete mistica della valle del Volturno. Nel IX secolo, però, quando al dominio dei longobardi si era sostituito quello dei franchi, per ben tre volte subì il saccheggio dei saraceni. In una di queste incursioni un tremendo massacro costò la vita a circa mille monaci benedettini. Alla distruzione sopravvisse la cappella cripta dell'abate Epifanio, che rimase concreta, elegante e raffinata testimonianza della lunga presenza dei Benedettini in terra molisana (703-1450). Durante il dominio normanno, Isernia fece parte della contea di Molise, e poi nel periodo svevo fu territorio regio, ovvero dipendeva direttamente dal re nella catena feudale, unica città nel Molise ad avere questo riconoscimento giuridico. Dal secolo XIII la storia di questa terra si fonde con quella del Regno di Napoli: in questo secolo Isernia diede i natali a personalità che avrebbero assunto ruoli di primo piano nella vita della propria epoca: come Pietro Angeleri da Morrone che divenne papa Celestino V e il giureconsulto Andrea d'Isernia. Dall'inizio del secolo successivo, Isernia iniziò una lunga e complessa trafila di passaggi dinastici: all'inizio del secolo era feudo di Raimondo Berengario d'Angiò. Successivamente, il re Carlo II la assegnò al proprio figlio minore, Pietro. Nel 1316 Isernia fu tra i feudi dati in garanzia per la dote di Caterina d'Austria, e dopo la sua morte, avvenuta nel 1323, Isernia passò in feudo al vedovo, il duca di Calabria. Nel 1371 ne divenne possessore Carlo di Durazzo, che dieci anni dopo la assegnò alla consorte Margherita, che infine la cedette a Giacomo di Marzano. Fu solo nel Quattrocento che Alfonso I D'Aragona proclamò Isernia città regia in perpetuo. Ma nonostante questo suo figlio Ferrante I ne diede la proprietà alla moglie Giovanna. Nel 1518 Isernia fu feudo del marchese Guglielmo De Croy. Nel 1639 ne divenne feudatario il duca Carlo Greco. Passò poi a Diego D'Avalos il quale, nel 1698, vendette la città alla famiglia Costanzo. Nel 1710 Cesare Michelangelo D'Avalos riscattò il feudo. Dal 1743 fino all'epoca della eversione della feudalità, Isernia fu ancora città regia. Alla fine del secolo dei Lumi, Isernia era la città più popolosa del Contado di Molise, con ben 5.156 abitanti. Nel 1799, gli isernini si opposero alle armate francesi che si apprestavano a conquistare il regno di Napoli: i moti antigiacobini lasciarono un pesante strascico che segnerà anche la successiva reazione della città, nel 1860, contro i garibaldini e i piemontesi. Calamità naturali e guerre, nel corso dei secoli, hanno più volte sconvolto la città. Il 26 luglio 1805, ad esempio, un violentissimo terremoto colpì il territorio e ad Isernia vi furono molti morti e ingentissimi danni. Più che qualsiasi catastrofe, però, Isernia non può dimenticare le vittime subite nel settembre del 1943 a causa dei bombardamenti anglo-americani, quando la linea del fronte passò per i suoi monti. Dal dopoguerra in poi, Isernia ha saputo riconquistare il ruolo che la storia le ha assegnato e il 3 marzo 1970 Isernia è diventata capoluogo di provincia.


SAN PIETRO CELESTINO V COMPATRONO DI ISERNIA

Pietro Angeleri, in seguito chiamato fra' Pietro da Morrone, poi divenuto papa col nome di Celestino V e infine canonizzato come San Pietro Celestino, secondo la plurisecolare tradizione storico-liturgico-eclesiastica, nacque in terra di Isernia nel 1215 da Angelo Angelerio e Maria Leone, contadini poveri, onesti e profondamente religiosi. Penultimo nato di 12 fratelli, dopo la morte prematura del padre, si dedicò fin da ragazzo al lavoro dei campi. Nel 1231 decise di vestire l'abito benedettino ma a 20 anni, insoddisfatto della vita spirituale dell'ordine, si ritirò da eremita in una grotta nelle vicinanze del fiume Aventino, nei pressi di Palena. Nel 1238 andò a Roma dove fu ordinato sacerdote nel 1241. Celebrò la prima messa nella chiesa di San Pietro in Montorio e tornò in Abruzzo, stabilendosi alle falde del monte Morrone, prendendo come modello di vita S. Giovanni Battista: non beveva vino, non mangiava carne e praticava quattro quaresime l'anno. Una volta "forgiatosi" sul Monte Porrara, Pietro di Angelerio iniziò una grande opera di riconquista alla Chiesa delle genti delle aree montane. La Maiella venne utilizzata come palestra di vita per le anime semplici dei suoi seguaci, divenuti in breve tempo un piccolo esercito, che conquistò il sud della penisola italiana percorrendo gli assi viari delle zone agro-pastorali. Nel lungo viaggio per ottenere il riconoscimento del suo Ordine, i Fratelli dello Spirito Santo, da papa Gregorio X (Concilio di Lione, 1275), Pietro, ormai noto come Pietro del Morrone, diventò il personaggio più in vista del momento, per le sue virtù taumaturgiche e per l'ideazione dei primi rudimentali servizi di solidarietà sociale: ospizi, mense per i poveri, accoglienza e soccorso ai viandanti. L'Ordine dei Fratelli dello Spirito Santo, la cui casa madre era a Sulmona, si diffuse in Italia ed in Europa: Abruzzo, Lazio, Campania, Puglia, Belgio, Inghilterra. Anche i laici furono coinvolti nel movimento di Pietro del Morrone. Il connubio tra l'organizzazione monastica e le genti si configurò come una società in cui l'individuo riacquista fiducia in se stesso e negli altri e si sente sicuro di bene operare e sperare. Le "Fraterne", come quelle istituite ad Isernia, realizzarono rapporti tra gli individui basati su onestà, lealtà. solidarietà cristiana, azioni concrete nel campo dell'assistenza ai più deboli. Nel 1259 fra' Pietro da Morrone ottiene i finanziamenti per costruire l'Abbazia morronese che sorse attorno all'antica chiesetta di S. Maria del Morrone, poi detta di Santo Spirito. Poi verso il 1265 fra' Pietro fece costruire l'Eremo di Sant'Onofrio (patrono degli eremiti), dove si ritirò in preghiera ed eremitaggio solitario. Nel luglio del 1294 fu informato dell'avvenuta elezione a Pontefice. La decisione venne presa nel Conclave di Perugia il 5 luglio del 1294. Dopo un conclave durato tre anni, nel quale le correnti cardinalizie si scontrarono tra loro non riuscendo a dare il nuovo Papa alla Chiesa, per intervento del card. Latino Malabranca il collegio cardinalizio si risolse ad eleggere papa Pietro del Morrone, umile eremita assai noto non solo per le sue qualità taumaturgiche, ma anche per il favore in lui riposto dagli spiriti riformatori, che ritenevano la Chiesa troppo mondanizzata e temporalistica. Pietro del Morrone, che assunse il nome di Celestino V, fu incoronato all'Aquila nell'Abbazia di S. Maria di Collemaggio il 29 agosto 1294. La Perdonanza fu il primo, inaspettato atto del nuovo Pontefice, emanato nella città dell'Aquila il 29 settembre 1294, un mese dopo l'incoronazione papale. Celestino V volle "assolti da ogni pena e da ogni colpa tutti coloro che, veramente pentiti e confessati, avrebbero visitato la Chiesa di S. Maria di Collemaggio nell'annuale ricorrenza della Decollazione di S. Giovanni Battista, dal vespro del 28 al vespro del 29 agosto".

Leggi tutto l'articolo




TRE MIRACOLI DI CELESTINO V

Vicende tra lo storico e il mitico riguardano un po’ tutti i santi. Celestino V, papa-santo, non fa eccezione. Intorno alla sua vita, ai suoi miracoli e alla sua morte è nata cospicua letteratura e l’immaginario popolare ha creato non pochi racconti. Le storie leggendarie più conosciute sono due: quella del gran rifiuto e quella del chiodo. Numerosi episodi agiografici, inoltre, tramandano interventi prodigiosi del Santone isernino. Ne trascrivo tre, secondo i contenuti delle varianti diffuse nella tradizione orale (le fonti scritte riportano versioni analoghe nella sostanza, ma leggermente differenti nella trama).

Il miracolo del pane

Un sabato sera, quando il piccolo Pietro aveva sei anni, sua madre mise a lievitare della pasta di farina che, la mattina seguente, sarebbe stata pronta per farne pane. Il figlioletto le rammentò che il giorno successivo era domenica, non si doveva lavorare ma dedicarsi a Dio. La madre replicò che il Signore avrebbe compreso, perché il pane era necessario a sfamare l’intera famiglia. La mattina successiva, però, la donna trovò la massa pastosa non lievitata e tutta piena di vermi. Allora svegliò Pietro e gli disse: «Avevi ragione, figlio mio. Ho creduto di poter disattendere il dovere domenicale e sono stata punita». «Torna in cucina, mamma – replicò il fanciullo –, vedrai che la pasta sarà pronta per il pane». Infatti, per miracolo, la trovò ben lievitata e senza più neppure un verme. Ne venne un pane straordinariamente saporito, che fu mangiato per molti giorni senza che mai diventasse raffermo.

La croce d’oro

Alcuni mesi dopo aver rinunciato al papato, Celestino V, per volere di Bonifacio VIII, fu rinchiuso in un’umile celletta della rocca di Fumone: un angusto locale, così piccolo che a stento il povero religioso si poteva distendere per dormire. Le pareti erano ammuffite, l’aria che si respirava era malsana. Dei soldati, a turno, erano addetti alla sua vigilanza e c’era sempre un picchetto di guardia che sostava all’ingresso della cella. Passarono alcuni mesi, durante i quali l’anziano ex pontefice, data l’età e il luogo, s’ammalò e il suo corpo si coprì di piaghe. Si narra che, la vigilia del diciannove maggio 1296, gli armigeri di guardia videro un improvviso bagliore. Sulla porta d’ingresso della celletta, infatti, era apparsa una rilucente croce color dell’oro che rimase lì, ben visibile, finché, il giorno successivo, il vecchio Pietro non esalò l’ultimo respiro. Quella croce era il segno della santità di Celestino.

Il Santone e gli emigranti

Alcuni emigranti isernini che, ad inizio Novecento, decisero d’andare in America, furono sorpresi da una terribile tempesta mentre attraversavano l’oceano sopra un bastimento. La nave rischiava di affondare e i viaggiatori temettero di dover morire tra i flutti. Allora, invocarono ru Sandone (così, ad Isernia, viene chiamato san Pietro Celestino) pregandolo di salvarli. Il santo apparve agli emigranti, fece placare la tempesta e protesse il viaggio degli isernini fino all’approdo sulle coste americane.






I santi Nicandro Marciano e Daria

Nicandro Marciano e Daria furono martirizzati, sotto Diocleziano, il 17 giugno del 303  presso Venafro, in Molise. Sono venerati come santi dalla Chiesa cattolica e patroni di Venafro (IS), della Diocesi di Isernia-Venafro. Nicandro e Marciano erano due valorosi soldati romani, probabilmente originari della Mesia (l'odierna Bulgaria), di stanza a Venafro. Secondo la tradizione Daria era moglie di Nicandro. Pur consapevoli dei rischi che comportava la loro scelta, abbracciarono la religione cristiana. Furono arrestati e condannati a morte per non aver voluto rinnegare la loro fede il 17 giugno del 303. Il Martirologio Romano, in realtà, riporta il martirio di Nicandro e Marciano (avvenuto il 17 giugno), ma non quello di Daria, la cui figura trova riscontro unicamente nella leggenda popolare. Si narra infatti che Nicandro rifiutò di sacrificare agli dei pagani confermando la fede in Cristo, proprio dietro incoraggiamento di sua moglie. Daria sarà poi martirizzata qualche giorno dopo ma il Martirologio Romano non ne fa menzione. La memoria liturgica è il 17 giugno. Nel luogo del martirio, poco distante dal centro abitato, in epoca successiva, e più precisamente nel 955, fu edificata una basilica in loro onore. Sotto l'altare maggiore nel 1933 si rinvenne il sarcofago di Nicandro, dal quale secondo la leggenda devozionale, fuoriesce, in determinate scadenze e soprattutto nei giorni di festa, la santa manna, un liquido misterioso al quale sono attribuite, come testimoniano gli ex voto, doti miracolose.

Leggi tutto l'articolo

RINGRAZIAMENTO AL PAPA



I DISCORSI



I LUOGHI DELLA VISITA

  • Casa circondariale
  • Cattedrale


IL PROGRAMMA

VEDI PROGRAMMA

OFFERTE CARITA'

Per chi desidera fare un'offerta per la carità al papa dando un contributo per l'evento della sua venuta in Molise può farlo tramite Conto Corrente Postale IBAN IT45Y0760115600000032065476


I SERVIZI


LINK


DIOCESI ISERNIA ANNO CELESTINIANO GIUBILARE